
È possibile rendere il male “banale” solo quando diventiamo incapaci di porci domande rispetto a quanto stiamo facendo, quando non può esserci l’energia di Amore, quando non pensiamo e non vogliamo guardare le CONSEGUENZE delle nostre azioni, dalla più piccola alla più grande. In questo 2023, la direzione del museo di Auschwitz è stata “costretta” ad escludere i rappresentanti russi alle commemorazioni del 78simo anniversario della liberazione del campo di stermino nazista di Auschwitz-Birkenau. Ma la giornata della Memoria è il 27 gennaio 1945. Furono le forze sovietiche le prime a raggiungere uno tra i campi più grandi, quello di Maidanek, vicino a Lublino (Polonia), nel luglio 1944. Sorpresi dalla rapidità dell’avanzata sovietica, i Tedeschi avevano cercato di demolire il campo per eliminare le prove degli assassinii di massa. I Sovietici liberarono Auschwitz il 27 gennaio del 1945, e poi Stutthof, Sachsenhausen e Ravensbrück. Le Forze americane liberarono i campi di Buchenwald, Dora-Mittelbau, Flossenburg, Dachau e Mauthausen, mentre i campi costruiti nel nord della Germania, inclusi Neuengamme e Bergen-Belsen, furono liberati dall’esercito inglese. Solo dopo la liberazione di questi campi il mondo poté finalmente conoscere le reali dimensioni dell’orrore nazista. Perché dobbiamo sempre usare la storia a proprio piacimento, eludendo o cambiando i fatti passati? Allora dobbiamo anche scordare ed eliminare dalle celebrazioni chi compi’ il massacro della gola di Babi Yar? Fu uno dei tre più grandi massacri della storia dell’Olocausto, superato solo dal massacro della Operazione Erntefest in Polonia, nel 1943.

Se è la giornata della Memoria, non perdiamola dietro le dualità retoriche, di qui o di la, ma impariamo e ricordiamoci che il male purtroppo è banale, ma può essere perpetrato solo con l’aiuto delle persone “normali”. I deportati potevano essere catturati solo grazie al mormorio, alle voci, all’odio, all’invidia, alla cattiveria di altre persone che li indicavano e denunciavano. Essi erano ebrei d’Europa, zingari, omosessuali, portatori di handicap mentali e fisici e oppositori politici, tutti coloro che non erano parte del sistema che si era creato. Fu un periodo storico di una ferocia e follia assurda, ma non lo possiamo ricordare solo come un periodo da-a, ma come il processo insito nell’evoluzione della società’, divenendo giorno dopo giorno totalitarismo e Olocausto. Quando la “memoria” si illuminerà, allora non sarà retorica, ma diverrà impegno per sconfiggere la “banalità del male”. In tutte le culture, in tutti gli angoli del mondo con verità e non creando continui buchi della memoria per alterare la verità.

La “disumanizzazione”, è un perverso processo nel quale l’essere umano, per mano di altri esseri umani, si attiva per far perdere completamente la dignità, la personalità. Il fine è di spogliare l’essere umano della sua stessa natura umana, facendogli perdere le sue radici. È un processo per farlo divenire un oggetto, uno strumento numerato da usare. Nel libro “La banalità del male” Hanna Arendt, mette in evidenza l’indifferenza, che diviene banalità, e purtroppo “normalità” grazie anche alla dimenticanza. È quello che rese persone comuni, complici di un genocidio. “Non c’è solo la colpa di chi decide e opera il male, ma c’è anche la codardia di molti che aiuta a far perdere la dignità altrui.
Hanna Arendt, racconta le terribili domande che riguardavano, Eichman, alle quali rispondeva che il suo dovere era solo quello di far funzionare un meccanismo. A lui non spettava prendere decisioni sui contenuti. Quando pianificava la partenza di treni per i campi non era suo compito sapere se contenessero ebrei da sterminare o balle di cotone.
Quando Primo Levi, decise di scrivere “Se questo è un uomo”, era in campo di concentramento, e se ne fosse uscito vivo, avrebbe dato voce alle parole per rimanere MEMORIA. Lo scrittore non voleva neppure ergersi a giudice dei suoi aguzzini, ma testimoniare quell’evento tragico. Far scoprire a tutti le atrocità subite, È quel senso di giustizia che muove il bisogno umano di condividere, di raccontare, di rendere gli altri partecipi”. Tutti hanno Coraggio? No!!! La casa editrice Einaudi rifiutò il testo di Primo Levi perché Natalia Ginzburg e Cesare Pavese non lo reputarono “favorevole”, perché a loro parere erano già stati editati molti libri riguardanti l’argomento dei campi di concentramento. Primo Levi si rivolse ad una piccola casa editrice, la Francesco De Silva, e pubblicò il libro nell’autunno del 1947. Ma solo nel 1958 il libro divenne un successo. Anno nel quale la casa editrice Einaudi decise finalmente di pubblicare il testo.

“Se comprendere è impossibile,
conoscere è necessario,
perché ciò che è accaduto può ritornare,
le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate:
anche le nostre.”
Primo Levi