
L’amore totalizzante per tutto ciò che ci circonda, può avvicinarsi ad una sensazione euforica, l’amore quale scintilla posta nel cuore di ogni uomo per renderlo eterno. L’amore è il filo conduttore di tutte le opere di Michelangelo, dall’amore passionale di chi scopre l’esperienza dell’innamoramento a quello altissimo e puro di una madre per il figlio. Nel 1555, Giorgio Vasari scrisse di Michelangelo suo buon amico:
“Messer Giorgio, io vi mando dua sonecti; e benché sien cosa scioca, il fo perché veggiate dov’io tengo i mie pensieri”. ( Michelangelo)
Michelangelo è un genio assoluto, una figura che non è solo architetto, scultore, progettista, ma il suo animo tenebroso e profondo, ne mette in luce la sua Arte di poeta. Saranno le sue parole scritte, a rivelarci un’anima così complessa e meravigliosa, scrutando nei propri pensieri, nei suoi sentimenti più personali.
Michelangelo, fu solitario in vita, persona fuori dal comune. Sfugge e sfuggirà sempre all’intendimento comune. La grand’anima di Michelangelo, è irrequieta, tumultuosa, continuamente in preda a violenti affetti, non era l’anima di chi è esperto ma vuoto e cerca di diversificarsi nel suo tempo: Il mettere i pensieri in rima non era un “capriccio” di moda dei tempi, ma uno sfogo del cuore, un sollievo ed un tormento al tempo stesso.
La scultura e la pittura gli concedevano, a notte inoltrata, di scrivere i suoi versi, esprimendosi in sonetti, madrigali, in ottave e terzine, che esprimono tutto il travaglio del suo pensiero. Nel concetto di Michelangelo la poesia e i versi di Dante erano destinati a uscire fuori man mano, a manifestarsi nel e dal marmo.

Così scrisse il grande Ugo Foscolo:
“Non fa meraviglia che il Dante della pittura, traesse dalla poesia, sopratutto dalla Divina Commedia, alcune delle sue più sublimi rappresentazioni: nella pittura come nella scultura.Senza dire del gran dipinto del Giudizio Universale, nel quale l’ardito suo pennello impresse sui volti i colori terribili coi quali il Poeta dipinge quegli sciagurati spiriti Ignudi “( Ugo Foscolo)
“Mai due anime s’accordarono come queste in armonia perfetta, tanto se si osservi la fiera e terribile natura del loro imaginare, quanto l’elevatezza dei loro sentimenti e la perfezione delle loro rappresentazioni” (Ugo Foscolo)
L’idea poetica per Michelangelo, usciva dalla massa informe, non solo martellando il marmo, ma scolpendo il verso; che è più resistente della pietra, perché soffoca, recide e infrange l’idea. A Michelangelo doveva concedere Dio un’arte non mai data in sorte agli uomini, un’arte di mezzo fra la poesia e la scultura, che desse risalto al pensiero e poeticamente lo raffigurasse, senza bisogno di curare stile e lingua, metro e versificazione. È lui stesso, a pochi amici, a confidare le sue rime che abitualmente scrive per sé stesso; dimentica la folla, il mondo dei poeti, il mondo tutto.
La poesia è un intimo soliloquio che in troppi non comprendono. Michelangelo sapeva di essere poeta, e ne provava, da artista vero, grande compiacimento; nel 1546 Michelangelo pone mano all’allestimento di un ‘canzoniere’ testimoniato
dal manoscritto che si trova in Vaticano latino 3211, integrato, per alcuni componimenti dal
manoscritto dell’ Archivio Buonarroti. Si compie Una ricerca poetica, una selezione che sorprende il lettore moderno.
Dante e Giotto erano coetanei, appartenevano entrambi al circolo ristretto di intellettuali conosciuti come “Fedeli d’Amore”. È significativo pure l’attributo di «maestro» riconosciuto a Giotto, perché sappiamo che con tale titolo il pittore potrà firmarsi soltanto dal 1327, quando gli fu concesso di iscriversi in Firenze, primo in assoluto nella sua categoria, alla stessa corporazione cui appartenne anche Dante Alighieri, l’Arte dei Medici e degli Speziali. Con tale titolo, l’artista si firmò in tutte le opere successive a quella data, ma mai in precedenza.
Dante e Giotto si pongono alla base di una rifondazione dell’Arte tale da innalzare nuovamente l’Uomo alle stelle, che non è facile retorica, ma espressione di un preciso ed oggettivo indirizzo neoplatonico. Inferno, Purgatorio e Paradiso nella Divina Commedia si chiudono con la celebrazione delle stelle, la Cappella degli Scrovegni è completante coperta dal blu intensissimo di un cielo completamente stellato. L’effige di Dante sarà in seguito fissata dal Boccaccio ed eternata infine dal Raffaello Sanzio nella Disputa del Sacramento. Ma la Commedia fu “Annunciata” attraverso le Tre Sante Donne: S. Lucia, Beatrice e la SS. Vergine: Le grandi protagoniste.
Sarà proprio Michelangelo architetto, dopo due secoli, a riportare nella Firenze repubblicana, l’ispirazione nella pietra dei versi di Dante. Michelangelo inventa il David liberatore e poi a Roma nel Giudizio Universale. Quest’affresco riflette un’idea centrale della Commedia, che non si limita all’Inferno dantesco, si può vedere al centro del dipinto, sotto al piede sinistro di Cristo, San Bartolomeo seduto in modo “scosciato”, riconoscibile dal coltello del suo martirio e dalla pelle da lui scuoiata, che regge con le mani. Nel volto sfigurato, è nota la presenza di un autoritratto michelangiolesco. Questa scena, anche se in modo opposto richiama il canto iniziale del Paradiso. Ma, mentre Michelangelo mette in risalto la figura del corpo integro del santo, Dante evidenzia quella della guaina scuoiata a Marsia, chiedendo al “buon Apollo” d’ispirarlo con la stessa forza con cui egli scuoiò quel personaggio mitologico antico: “traendolo\ de la vagina de le membra sue (Paradiso I, 20-21)”

Michelangelo scolpirà “la Pietà”, un’opera non certo meno nota dell’Affresco del Giudizio, ma del quale il legame con la Divina Commedia è ancora più esplicito. Oltre all’eccellenza tecnica nella realizzazione della scultura, una caratteristica peculiare la distingue da molte altre “Pietà” omonime: è il viso particolarmente giovane della Vergine. Essa pare addirittura più giovane di Cristo, suo figlio, appena deposto dalla croce, e i versi di Dante:
“Vergine madre figlia del tuo figlio… (Divina Commedia, Canto XXXIII del Paradiso, Dante Alighieri). Le quali parole sono entrate anche nella preghiera liturgica ufficiale della Chiesa.

Il Sommo Poeta è la “lucente stella” Michelangelo si deve addirittura astenere dal raccontare poiché il suo “splendore” abbaglia persino ciechi “gli orbi”. Michelangelo consacra la memoria del suo compatriota evocando la Commedia come un’ardua spedizione nell’oltretomba per la quale solo il “pio” Dante era all’altezza di cimentarsi: un viaggio ultraterreno per riferire al mondo la verità sull’aldilà. Dante è un esegeta, o addirittura un profeta, che “dal ciel discese portando un vero lume di conoscenza.”
Il furore del tenebroso Michelangelo gli farà dire ai suoi concittadini : il “popol che offese Dante condannandolo all’ “aspro esilio” Firenze, inconsapevole della propria ricchezza, chiuse le porte al Poeta che le aveva trovate aperte in Paradiso. Il “popolo ingrato” biasimato dal Buonarroti richiama e si ispira indubbiamente alle parole del mentore Brunetto Latini che, nell’Inferno (XV, 61-64), predice a Dante l’esilio che l’attende.

Secoli dopo, precisamente nel 1965, in occasione del VI centenario dantesco, Paolo VI con la lettera apostolica “Altissimi cantus” definirà Dante teologo, ma successivamente sarà Giovanni Paolo II che si servirà della fonte dantesca non solo nei documenti del magistero, ma anche per la sua personale produzione letteraria, soprattutto nel “Trittico Romano” scritto 2003.
Karol Wojtyla in Trittico Romano entra completamente nella visione di Michelangelo, nella vastità dell’Universo. Il riuso di Dante si intravede non solo nei documenti ufficiali del magistero wojtyliano, ma anche nella sua produzione letteraria: il legame con le terra natia; la ricerca problematica di Dio; l’attenzione alla storia contemporanea considerata nella prospettiva escatologica; l’incontro con l’uomo, la concezione dell’IO autoriale come “poeta visionario”. La prima tavola del trittico romano di Papa Giovanni Paolo II rispecchia l’esperienza della creazione, della sua bellezza e del suo dinamismo. Egli cerca la sorgente e riceve l’indicazione: “Se vuoi trovare la sorgente, devi proseguire in su, controcorrente”. La ricerca della sorgente, lo obbliga a salire, a camminare controcorrente. All’arrivo la vera sorpresa è che l’”inizio” svela anche la “fine”.
È un cammino che conduce alla sorgente è un cammino per diventare vedenti:appaiono il principio e la fine. Ma cosa vi scorge l’uomo “moderno” ad osservare? Michelangelo quale Creatore che appare con le “sembianze di un essere umano”, l’origine e la fine di tutto, il nesso tra discesa e salita, tra sorgente, cammino è la mèta. È il mondo arcano degli Eroi, dei Profeti e delle Sibille, a cui Michelangelo diede forma, anima e vita. Michelangelo, si dimostra spiritualmente affine a Dante, proclamando che le sue opere sono “mal conosciute da tutti, meno che da lui stesso e rivelando il suo ardente desiderio di conseguire il successo dell’Alighieri (“Fuss’io pur lui).
Dante, Michelangelo e Giovanni Paolo II, poeti visionari”, capaci, nonostante la distanza di secoli, di “vedere” per ben due volte, “anche se stessi”.
Io non muoio del tutto, quel che in me è imperituro permane.“