Il Perno geografico e geopolitico della storia. Cosa è la “Gerussia”. Di Elena Tempestini

A 30 anni dalla caduta del muro di Berlino la storia ha ricominciato a proseguire e nonostante la speranza di un continente europeo stabile e pacifico la tensione geopolitica ha riaperto antiche dispute che sembravano svanite. La disintegrazione della Iugoslavia, avvenuta tra il 1992 e il 1999, è stata solo l’inizio di un processo storico vivo che ancora oggi affonda le sue radici nei due secoli precedenti. La fine della prima guerra mondiale forse non avvenne mai, fu un armistizio durato venti anni come disse il Generale Francese Fock. Ci fu la disintegrazione degli Imperi Centrali, russo, austro-ungarico,  ottomano e tedesco che crearono un vuoto geopolitico tale, che molti stati e in particolare la Russia e la Gran Bretagna, hanno cercato di colmare in più di 100 anni. La caduta del muro di Berlino e la conseguente frammentazione dell’URSS è stata definita da Vladimir Putin, “la più grande catastrofe geopolitica della storia” che ha generato uno spazio di conflitto ancora più ampio. Un’estensione dai Balcani al Mar d’Azov e alle repubbliche caucasiche, e denominato dal capo della sicurezza americana, nei tempi di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski; “Arco di Crisi”. Ampiamente dimostrato nei decenni successivi con le guerre in Iugoslavia e la guerra in Georgia.

La crisi ucraina iniziata nel 2013 e portata avanti fino al 2015, ha trovato le sue radici proprio in quella grande prima guerra mondiale mai finita. L’onda d’urto del Primo Conflitto Mondiale mise sotto pressione l’integrità della Russia post-zarista facendola scontrare con i movimenti indipendentisti ucraini. Fu ancora in questo periodo che la mancanza di un potenza regionale fece sì che l’appena ricostituita Polonia intraprendesse con il generale Pilsudski una guerra (1919-1921) contro la Russia sovietica, onde creare un grande stato polacco dal Mar Baltico al Mar Nero in grado di contenere una possibile espansione comunista verso ovest. Ed oggi è Varsavia che si vuole porre come testa di ponte nella regione di una grande sfera di influenza anglosassone/ russofoba, estesa su tre mari: Mar Nero, Mar Baltico e Mar Adriatico all’interno dell’Alleanza Atlantica, rafforzando le relazioni con Londra e indebolendo i paesi dell’Europa occidentale. espungendo, cancellando la possibilità della nascita della cosiddetta “Gerussia”, ovvero il rapporto tra la Germania e la Russia, le due vere potenze europee. Un grande “titano” russo-tedesco sull’est europeo che ostracizzerebbe l’influenza del “sea-power”, la potenza marittima anglo-americano e garantirebbe un assoluto dominio tellurico “dell’heartland”, il sogno utopico di Karl Ernst Haushofer, per far nascere l’organizzazione delle Pan-Regioni; la tanto antica quanto eterna dialettica tra le potenze di mare contrapposte a quelle continentali. È lo scontro tra l’Europa e l’incubo di uno dei fondatori della geopolitica, l’inglese Sir Halford Mackinder e del suo concetto: «Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo». Heartland, è il cuore pulsante, il centro, il perno del supercontinente Euroasiatico.

Hearhland

Il territorio delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall’Artico e a sud dalle cime più occidentali dell’Himalaya. Ecco spiegato l’importanza dell’Ucraina, che Zbigniew Brzezinski, di origini polacche, divenuto Consigliere Americano per la Sicurezza Nazionale alla fine anni degli anni settanta durante la Presidenza di Jimmy Carter, definì l’ucraina uno stato perno per il Cremlino: “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero ma con l’Ucraina subordinata o sottomessa, la Russia diviene automaticamente un Impero”. Quindi i motivi storico politici alla base del conflitto ucraino, possono estendersi anche alla Bielorussia e alla Moldavia. La presenza di questa grande area post-sovietica, non ancora ben delineata, si è intrecciata con le vicende del Medio Oriente, creando una linea che va da Damasco a Kiev, in cui gli effetti di uno si ripercuotono sull’altro, con al centro il Mar Nero. Altro punto nevralgico che avrà molto da dire nel futuro. Facendo un salto indietro, alla fine della guerra Greco turca del ventennio del XIX secolo, le parole del colonnello inglese Lacy Evans furono profetiche: il colonnello espresse quale era l’assillo russofobo britannico sugli stretti dei Dardanelli: “il possesso della più forte posizione strategica al mondo, Costantinopoli e gli Stretti, renderebbe immediatamente la Russia in grado di dominare il Mediterraneo e l’Asia Centrale e conseguentemente di minare il commercio e la potenza della Francia e della Gran Bretagna. Con Costantinopoli come base, il dominio universale è a portata di mano della Russia”. L’Europa occidentale si è trovata per forza di causa coinvolta nel caos, Londra ha più volte ribadito la propria amicizia con Varsavia appoggiando la divisione creatasi all’interno dell’Unione Europea tra est e ovest al fine di mantenere tramite l’Alleanza Atlantica Il concetto ben espresso da Sir Lionel Ismayl: “tenere fuori i russi, dentro gli americani e giù i tedeschi”. Storia? No è ancora un obiettivo geopolitico valido che persiste ancora oggi. Washington, è concentrata sul “Pivot to Asia”, ma è di Londra il ruolo di amministratore delegato, all’interno dell’Alleanza Atlantica, e degli interessi statunitensi in casa europea.

L’europa non si può permettere stati destabilizzati ai propri confini e un eventuale collasso dell’Ucraina avrebbe effetti devastanti sulla tenuta dell’integrità europea. L’Ucraina sarà destinata a cambiare la storia europea, quella storia che da più di cento anni non ha mai voluto mettere in piedi una risoluzione vera e propria, mantenendo volontariamente una separazione fra teoria politica e pratica politica, praticamente le ideologie politiche hanno sostituito il ruolo della fede religiosa nel compattare il consenso dei ceti subalterni, insistendo soprattutto sulle motivazioni etiche di ciascuno schieramento. Dopo l’accelerazione globalista dei decenni scorsi, che decretavano finita l’epoca degli stati nazionali, nella prospettiva di un ordine mondiale tutto dominato da un’unica immensa tecnostruttura mondiale basata sulla grande potenza americana e sull’inevitabile partnership atlantica euro-americana. Siamo sicuri che questa visione sia ancora attuale?

Vedremo con l avvicinarsi del G20 di novembre 2022 organizzato il 15 e 16 novembre sull’isola di Bali. Sia Xi Jinping che Putin hanno dato conferma della loro presenza, nonostante gli USA fossero contrari alla presenza del leader Russo. La presenza di Xi Jinping e di Putin all’incontro, creerebbe una sorta di resa dei conti con il presidente americano, Joe Biden, e altri leader occidentali: tutti, infatti, si incontrerebbero di persona per la prima volta dall’invasione russa dell’Ucraina, avvenuta il 24 febbraio scorso. “La rivalità dei grandi Paesi è davvero preoccupante”, ha detto Joko Widodo, Presidente dell’Indonesia, ciò che vogliamo noi è che questa regione sia stabile, pacifica, in modo da poter costruire una crescita economica. E non penso solo all’Indonesia, ma anche ai Paesi asiatici che vogliono la stessa cosa”. Quale presidente di turno del G20, ho cercato di bilanciare i legami tra le maggiori potenze, resistendo alle pressioni per escludere la Russia dagli incontri. Il presidente indonesiano Joko Widodo, conosciuto come Jokowi, ha respinto le preoccupazioni secondo cui le tensioni Usa-Cina su Taiwan possano riversarsi sul mar Cinese meridionale, affermando che le nazioni dovrebbero invece concentrarsi sulla gestione delle crisi alimentari, dell’energia e della pandemia. “L’Indonesia vuole essere amica di tutti”. Le aree prioritarie di intervento, infatti, coincidono con alcuni degli obiettivi dell’Agenda ONU 2030. Traguardi globali di sviluppo sostenibile che, se raggiunti, ci consentiranno di salvare la specie umana e gli ecosistemi. Ricordo che l’Indonesia è ora uno degli attori economici più importanti dell’area Indo – Pacifico, rappresentante dei paesi che aderiscono all’ASEAN, ( Brunei, Cambogia, Tailandia, Laos, Filippine, Vietnam, Malesia, e Myanmar) la sua partecipazione al G20 riflette la necessità di includere uno dei paesi principali del Sud Est Asiatico, la regione più dinamica dal punto di vista economico. Insieme all’Arabia Saudita e alla Turchia, Jakarta è inoltre un membro G20 a maggioranza islamica, facendosi però portatrice di istanze ben diverse da quelle di Riyadh e di Ankara, anche in virtù del differente contesto geografico. Un contesto che le ha permesso di sviluppare un ruolo di ponte fra culture differenti, ed è proprio in questa dimensione che si è sviluppata la sua figura accogliente del G20 più “caldo” di tutti i tempi.

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