Leonardo Da Vinci e la concezione del sordomutismo nel “Trattato della Pittura”: la mente ben disposta può superare qualsiasi ostacolo. Di Elena Tempestini

Nel 1482 Leonardo Da Vinci giunse a Milano per lavorare alla corte di Ludovico il Moro e nei primi anni soggiornò nella parrocchia di San Vincenzo in Prato, ospite della famiglia De Predis. Tra i sette fratelli De Predis c’era anche Cristoforo, eccellente e conosciuto miniaturista. Cristoforo era nato sordo, e riusciva ad esprimersi per mezzo di “certi segni”.

Leonardo, iniziò a osservare l’amico de Predis, praticamente a studiarne la sua quotidianità per poi immettere il concetto di “sordomutismo”, nel suo “Trattato di Pittura”. Forse Leonardo fu influenzato dalla conoscenza del medico, matematico e filosofo pavese Girolamo Cardano, con il quale Da Vinci si consultava su problemi di geometria e linguaggi crittografici. Ma fu proprio il Cardano ad esprimersi più volte a favore dell’insegnamento ai sordomuti, tanto da definire “criminale” chi lo impediva.
I pregiudizi erano inevitabili nella cultura del Rinascimento, gli scritti che Leonardo Da Vinci ci ha lasciato sul tema, hanno il pregio di essere un’indagine scientifica molto prima che se ne occupassero la scienza e la medicina moderne.

Cristoforo de Predis – Morte del Sole, della Luna e caduta delle stelle – Miniatura/illustrazione da “Storie di San Gioachino, Sant’Anna, di Maria Vergine, di Gesù, del Battista e della fine del mondo”, XV secolo – Biblioteca Reale di Torino

Leonardo Da Vinci paragona il sordo al cieco, definendoli entrambi “esseri incompleti” perché privi di uno dei cinque sensi che a loro volta sono “servi e ministri dell’anima”. Tuttavia, Leonardo fa una distinzione tra sordità e cecità, ponendo il sordo su un livello superiore rispetto al cieco. A parere del genio fiorentino, è la vista la regina dei sensi. Quindi, meglio perdere l’udito e adattarsi alla mancanza della parola, piuttosto di non vedere le bellezze dell’universo: “chi perde il vedere perde la bellezza del mondo a differenza del sordo il quale perde il suono fatto da moto dell’aria percossa, che è minima cosa nel mondo”.
La vista è il “senso massimo, il signore dei sensi” e perciò anche più nobile dell’udito. Leonardo evidenzia che perdere l’udito non implica la perdita di tutte le scienze che si acquistano con la parola, ma è ben più sopportabile una tale mancanza che il non poter vedere le bellezze dell’universo. Nelle parole di Leonardo ben si comprende che la cecità è “sorella della morte”, il cieco è “come un cacciato dal mondo, perché egli più non lo vede” e perché, sebbene intenda molte verità, non sa che cosa siano “luce, tenebre, colore, corpo, figura, mito, rimozione, promiscuità, moto e quiete, le quali cose sono dieci coronamenti della natura”. Egli è infelice nel senso più stretto della parola, perché non potrà vivere mai lieto, come si vede nei sordi nati, cioè i muti, perché “chi perde il vedere perde la bellezza del mondo a differenza del sordo il quale perde il suono fatto da moto dell’aria percossa, che è minima cosa nel mondo”. Il sordo nato è muto “perché mai udì a parlare e mai poté imparare alcun linguaggio”. Egli, però, può “intendere bene ogni cosa accidentale, con le qualità visibili nei corpi umani, meglio di uno che parli e che abbia udito, e similmente conoscere le opere dei pittori e quello che in esse si rappresenta a che tali figure sono appropriate”. “ Io vidi in Firenze un sordo accidentale il quale se tu gli parlavi forte non ti intendeva, e parlando piano, senza suono di voce, lui intendeva solo per lo menar delle labbra. Or mi potresti dire non mena le labbra uno che parla forte come piano?”.

Trattato della Pittura, Leonardo Da Vinci Biblioteca Vaticana


Leonardo, grazie all’amicizia e all’ospitalità di De Predis, conosce come interagire con la persona sordomuta, e ne comprende l’importanza per le pitture e le arti figurative. I personaggi dipinti devono essere espressivi in modo che, chiunque le guardi conosca il loro sentimento a “similitudine del muto, che vedendo due parlatori, benché esso sia privato dell’udito, nientedimeno mediante li effetti e li atti di essi parlatori, lui comprende il tema della loro disputa”. Per ottenere quest’effetto il pittore deve studiare i gesti dei sordomuti “i quali parlano coi movimenti delle mani, e degli occhi, e ciglia, e di tutta la persona, nel voler esprimere il concetto dell’animo loro”. I sordomuti sono “i maestri dei movimenti e intendono da lontano di quel che uno parla, quando egli accomoda i moti delle mani con le parole”.

Foglio 12604 della Raccolta di Windsor

Sono molti gli studiosi di arte, che riconoscono a Leonardo Da Vinci di aver inserito il linguaggio dei sordomuti anche nella sua pittura. La Vergine delle Rocce risale al 1486, durante il periodo milanese del grande fiorentino. Il quadro fu realizzato in collaborazione con i fratelli de Predis, tra i quali c’era anche il miniaturista Cristoforo, il fratello sordo. Se osserviamo attentamente la mano sinistra della vergine compone una “L” di Leonardo, la mano destra dell’Arcangelo Uriel forma una “D” di Da e, infine, quella del Bambino segna la “V” di Vinci. I personaggi raffigurati nella scena, inoltre, comunicano molto anche con la postura del corpo, delle mani e con le espressioni del viso, a creare una vera e propria narrazione che ha reso questo dipinto unico al mondo. Sarà un altro genio, in un altro secolo a portare l’attenzione sulla perdita del senso dell’udito: Beethoven. Come spesso accade alle persone di valore e di successo, Beethoven riuscì a trasformare il suo “svantaggio”, comprendendone, ma solo con infinite e tremende battaglie affrontate nel suo profondo, che l’essere umano deve costantemente confrontarsi con crisi e nuove sfide quotidiane. Nel momento che il suo udito non funzionava più, Beethoven era sempre più costretto a ritirarsi in se stesso e a trarre ispirazione dalla propria immaginazione, esattamente ciò che secoli prima Leonardo Da Vinci aveva messo in evidenza con l’arte della pittura. Beethoven, già sordo, riuscì a sentire le vibrazioni della musica e comporre opere immense come la nona sinfonia .
Due geni, antesignani che hanno dimostrato come la mente può superare qualsiasi ostacolo, a patto di non considerarsi delle vittime di circostanze avverse ma forgiatori del proprio destino.

La Vergine delle Rocce, Leonardo Da Vinci
Ludwig van Beethoven

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