
Nella luce dorata del Goldoni con la consueta diligenza registica di Gabriele Lavia, in disegno puntuale e nitido, la sua voce profonda e monodica, timbrata e scura, fonde e confonde parole.
Ricordo Gabriele, la prima volta che lo vidi , nel Volpone di Ben Jonson (venti anni prima di dirigerlo in un cortometraggio e poi in teatro in una “maratona poetica” alla Pergola) era la seconda metà degli anni settanta e all’Argentina a Roma, lo applaudivo adolescente, in una replica accanto ad un magnifico Mario Scaccia.
Era Mosca, servo agilissimo che tagliava in lungo e largo il palcoscenico.
Lavia è attore di nervi e corpo, sinuoso, elegante, dal passo felpato per poi fendere l’aria ballerino di tango o flamenco, presenza da primo attore fin dagli esordi.
Ricordo averne parlato con Flavio Bucci, quando lo avevo in compagnia su i Sonetti di Shakespeare, Flavio, grande interprete, gli invidiava bonariamente, rigore e pulizia e soprattutto attitudine di regia.
Mai una sbavatura, una macchina attoriale formidabile.
Qui al Goldoni antico e glorioso teatro fiorentino, in verità un gioiello tra i molti del capoluogo toscano in fatto di architettura, Gabriele propone Le favole di Wilde.
Prima una sorta di “a parte” col pubblico, discorso tra il confessionale e l’erudito, con bagliori di letteratura, filosofia, etimo.
Ma non sorprende perché è colto e sensibile Gabriele.
Apre la conversazione con una battuta di teatro.
“Guarda Ugo, è molto semplice: sono due favole e nulla più!”.
Anche solo scovare in un vecchio scaffale quei testi dimenticati è invece operazione encomiabile. Oggi poi nel tempo della barbarie e la banalità.
“Ma che vuoi -insiste Lavia- studio, cerco, instancabilmente. Mi alzo al mattino, scendo di casa per un caffè e poi torno e mi immergo ancora nelle letture e tra le pagine alla ricerca di me stesso e gli altri.”
Ma l’attore è un intellettuale?
“Dovrebbe esserlo…sai si dovrebbe spiegare cosa significhi essere attore oggi, chi possa davvero dirsi “attore”. Quale l’identità dell’interprete? Io – tu lo sai – parlo e frequento gli amici, quelli con cui condivido o ho condiviso la scena. Amici, alcuni fraterni. Gli altri so che fanno delle cose.”
Ma perché Wilde?
“Wilde è un autore meraviglioso, qui ci sono le due fiabe del Principe felice e del Razzo eccezionale ma come tutti gli scrittori, gli scrittori veri, intendo, il suo libro è sempre lo stesso: il Ritratto di Dorian Gray.
Dissipazione di sé. Perdita e abbandono.
Amore. Non sacro né profano. Scevro da luoghi comuni ed enfatizzazioni.
L’amore come principio e fine. Come per tutti i poeti. In fondo Wilde muore per amore.”.
L’amore è bellezza?
“L’amore è la vita, è senso dell’orrore e insieme bellezza, certo. Wilde è un irlandese, anche la sua terra e la sua tradizione gli procura una ferita.
Divaricazione, crisi, ambiguità.
Lui però è autentico in questa crisi, che porta con sé.”.
L’omosessualità è stata, nel suo caso, come in molti altri, movente di una persecuzione, penso a Wilde e mi vengono in mente i nostri scrittori nel secolo successivo il Novecebto, alludo a Testori e a Pasolini.
“Pasolini è stato oggetto di un massacro, Testori mi pare soffrisse una crisi più intima e di natura religiosa. Wilde paga la sua natura.”
Ma il matrimonio, i figli…
“Altro amore, scelte d’amore, cioè dettate dal sentimento. Le trappole del sentimento, in queste anime nobili, possono procurare ferite e danni devastanti.”
Come indicava il tuo amato Bergman, filtrato da August, con le “migliori intenzioni”.
“Sicuro che è così. Gli errori si fanno e quando si fanno si pensa invece che quelle siano le scelte più consone.”
Una domanda diciamo personale.
“Dimmi”.
Il registratore Geloso che ti donai, alle prove con Orsini a Roma al Quirinetta, lo tieni con cura?
“Certo, è a casa mia, funziona!”.
E poi ride di gusto come gli capita di rado, forse memore di quella prova su una poesia di Eduardo, che fece affiorare il ricordo di infanzia, che mi aveva confidato, di quel tavolo coi suoi e lui bambino, della radio a valvole e poi della magia di un registratore Geloso negli anni ‘50 coi tasti colorati, di cui trovai modello in un negozio di “cose di altri tempi” e gli portai in dono, con il corredo di bobine pronte all’uso.
Ugo De Vita, autore, attore di prosa e regista, doppiatore è considerato la più grande voce del Teatro Civile Italiano.